Capitolo 1
Maledetti Kulaki

1.1 – una missione poco chiara

Una mattina del tardo marzo 1933 un giovane ufficiale superiore salì con calma le scalinate della sede moscovita dell’OGPU, la famigerata polizia sovietica di sicurezza interna, al numero 2 della centralissima Bol’saja Lubjanka.

Il giovane, un maggiore nominato da nemmeno un anno, si chiamava Michail Salomov. Proveniva da uno sperduto villaggio distante una quarantina di chilometri a nord ovest di Leningrado (già Pietroburgo, già Pietrogrado).

Considerando la data di nascita (1900) si poteva dire che stesse percorrendo una veloce e soddisfacente carriera; un cammino professionale che lo avrebbe anche potuto portare prima dei cinquant’anni al grado di generale di brigata. L’ipotetico “avrebbe” si rendeva necessario dovendosi considerare tutta quella discreta quantità di ostacoli, imprevisti, tranelli legati ora ai superiori, ora al vento politico prevalente, o agli umori dei personaggi che si aggiravano per i corridoi del Cremlino. Primo fra tutti Iosif Vissarionovic Dzugasvili, soprannominato Stalin (uomo d’acciaio), padrone di tutte le Russie.

Il maggiore Salomov non aveva granchè a che spartire con la razza degli uomini di acciaio, ferro e leghe affini. Del resto, il confronto puramente teorico con Stalin avrebbe messo accanto: da un lato un uomo di 53 anni (a quel tempo fra la mezza età e la prima vecchiaia), di altezza oscillante fra m. 1,65 e 1,58 (in base alle testimonianze), il viso butterato dal vaiolo, lo sguardo bovino, i modi che alternavano falsa bonarietà e reazioni d’incredibile ostilità; dall’altro un giovane 32enne, aitante, sportivo, 185 cm., robusto, occhi azzurri, capelli neri come la pece, tratti eleganti. I modi discreti, una certa aria di distacco, a volte di strafottenza gli creavano un’aura che spesso colpiva ragazze e donne che di lui facevano la conoscenza.

In quegli anni durissimi, soprattutto per chi si trovava in posizioni di un certo rilievo nel PCUS, nell’Armata Rossa, nell’OGPU, in diplomazia, negli uffici economici e statistici, fra gli esperti di agronomia, si richiedevano almeno quattro capacità che definire indispensabili rappresenta un eufemismo:

  • scegliere lo schieramento
  • scegliere quello giusto
  • restarvi fedele in modo cieco, ostinato, quasi demente
  • non emergere e mantenere piuttosto un profilo modesto, indistinguibile dalla massa di pecoroni obbedienti ai capi bestiame.

Se il legame che collegava queste quattro risorse si dimostrava solido il risultato sarebbe stato il seguente: nel caso il campo politico che si era scelto fosse stato vittima di un rimescolamento, il soggetto sarebbe comunque riuscito a “cadere in piedi” e proseguire più o meno indisturbato nella carriera, tranquilla, mai clamorosa.

Coloro che attorniavano Stalin stavano anzitutto sempre attenti a prendere posizione soltanto nel caso in cui il “Piccolo Padre” avesse già espresso la sua di posizione – l’unica che contasse per le decine di milioni di sovietici del tempo.

Altrimenti erano guai: che però potevano essere aggirati tenendosi sul generico o indovinando in base a calcoli psicologici e di vita politica recente quale avrebbe mai potuto essere l’idea di Dzugasvili in merito. E anche così si finiva spesso col rischiare libertà e vita, propria e dei familiari.

Per sua fortuna a Salomov, in qualità di appartenente al primo gradino degli ufficiali superiori, non era ancora richiesto di esprimersi quanto di scodinzolare con la massima efficienza. Anche se trattandosi dell’OGPU, di gran lunga il più onnipotente organo del regime staliniano, la cautela più assoluta e la discrezione più totale erano questioni di vita o di morte per qualsiasi ufficiale, sottufficiale o graduato.

La sigla indicava il Gosudarstvennoe politiceskoe upravlenie (Direttorato politico dello Stato), ovvero la polizia segreta del regime sovietico fino al 1934. Si può identificare grossomodo lo stesso potentissimo organismo passando dalla Ochrana ai tempi dello Czar – dunque fino al ‘17 – passando per la Ceka fino al ’22, poi alla GPU dirette entrambe da Felix Dzerzinskij; quindi alla OGPU diretta nel ‘26/34 da Vjaceslav Menzinskij; il nome cambia poi in NKVD (Direzione generale per la sicurezza dello Stato).

Ogni dittatura che si rispetti, per di più se ha aspirazioni totalitarie, possiede la propria arma segreta in un esercito di spie, assassini, torturatori, qualche abile psicopatico e tanti ligi burocrati. L’Unione Sovietica già nei primi anni Trenta si stava avviando verso il totalitarismo ma da almeno un quindicennio era perfettamente attrezzata sul piano della polizia politica e segreta. Corredata da prigioni, centrali cittadine, sedi periferiche, campi di prigionia, tribunali.

Ma il risultato più duraturo nel tempo, l’arma più potente nelle mani di quel regime che si dichiarava appassionatamente “comunista” assumeva i tratti di un misto fra terrore, paura, diffidenza, riservatezza, autocensura, cautela maniacale.

Salomov aveva in mano una convocazione scritta risalente ad appena due giorni prima. Doveva presentarsi alle nove precise nell’ufficio del colonnello responsabile della sezione Affari Interni 1/A, Adam *”***& (il patronimico non lo si riusciva a leggere) e poi qualcosa come Zukov o Dzjukov.

Naturalmente il convocato si era premurato di arrivare con un quarto d’ora d’anticipo; la prima mossa per non farsi guardare male da un superiore mai visto in precedenza.

Annunciatosi a un’arcigna segretaria sulla cinquantina e in sovrappeso, si lasciò cadere su una scomodissima seggia rosicchiata dai decenni.

Era l’unica persona seduta ad aspettare mentre intorno schizzavano o trottavano velocemente decine di soldati, graduati, ufficiali inferiori. Al di sopra di un capitano non si vedeva nessuno. Maggiori e colonnelli, per non parlare dei generali, si godevano le loro poltrone, magari un po’ antiche, ma così imbottite che veniva voglia da farci un sonno di ore e ore. Un’attività che a Salomov mancava ormai da mesi: lo facevano girare di provincia in provincia con una serie d’incarichi completamente diversi. Da una distilleria clandestina di vodka a una banda di disertori che scorazzava in campagna rubando cavalli e bestiame, da un gruppo clandestino di oppositori politici (ricompresi in un arco oscillante dai più reazionari nostalgici dello Czar fino ai più esagitati allievi di Bakunin e Kropotkin) alla direzione della censura su giornali di provincia.

Il giovane maggiore bravo doveva esserlo diventato, visto che lo riempivano di regali, frequenti permessi premio, oltre alla promozione a capitano a 27 anni e a maggiore a 31. Ma ormai la stanchezza fisica e mentale si stava facendo strada con prepotenza, simile a una di quelle enormi ruote usate per scavare gallerie ferroviarie.

Almeno questa volta sperava che lo avrebbero finalmente destinato a qualche incombenza più interessante e stanziale. Ne aveva le scatole piene di dar la caccia a trotzkisti, falsari, ladri di polli, disertori. Quell’intero quinquennio (unità di misura ormai alla moda dall’esordio degli omonimi piani economici nazionali) gli appariva un’unica sequela di facce, luoghi, stazioni di polizia, direzioni di distretto, sedi di regione, interrogatori notturni, fumose aule di tribunali periferici. Senza quasi senso, né alcun filo rosso che legasse l’intero ammasso di date, carte, soprannomi, reati, prove, testimoni, scorte ai treni verso la Siberia.

Dopo un’attesa di oltre mezz’ora e tre sigarette fumate con automatismo da tabagista di lungo corso, apparve un ometto sulla cinquantina che si presentò come colonnello Adam Dzjukov, da quel giorno suo unico superiore.

Lo fece entrare in un ufficio enorme in fondo al quale campeggiavano i ritratti di Lenin e di Stalin. Sul lato destro rispetto alla grande scrivania di legno massiccio, marrone scuro, spiccava un disegno patriottico raffigurante il segretario del partito di Leningrado, Sergej Kirov, da tempo stella in veloce ascesa e gran protetto del Capo supremo. Salomov pensò all’astuzia che probabilmente contraddistingueva l’ometto che aveva davanti, intanto impegnato ad accendersi un sigaro di dimensioni notevoli.

<<Allora, compagno …>>, attese di trovare conferma al cognome giusto consultando un mucchio di carte che troneggiava al centro della scrivania.

<<… ecco, compagno Salomov, maggiore dal 1932, nemmeno 12 mesi fa. Bravo, ad appena 33 anni>>. E lo fissò con uno sguardo vitreo facendogli finalmente cenno di accomodarsi di fronte.

La poltrona era di fattura europea, degna di brillare in una sede londinese dei Lloyd’s o di una grande banca svizzera. Il convenuto ci sprofondò con un colpevole senso di comodità. La rivoluzione aveva rivoltato la vecchia Santa Madre Russia come un guanto da ormai quindici e più anni; ma negli ultimi anni si era attenuata la diffidenza, addirittura l’odio per i simboli dell’agio alto borghese. Senza peraltro sconfinare in quello aristocratico e czarista. L’importante era che fossero dirigenti meritevoli di tali piccoli lussi, guadagnati in campagne di guerra civile, iniziative economiche, lotte alle spie straniere, eliminazione di sovversivi interni.

Il nemico supremo al primo posto rispondeva al nome di Lev Davidovic Bronstein, detto Trotzkij. Per troppo tempo braccio destro di Lenin, quindi giustamente ridimensionato nel suo ruolo, poi esiliato in Crimea, ad Alma Ata. Ma si sapeva in qualche ambiente di altissimo livello quanto Stalin desiderasse eliminarlo del tutto. Fisicamente. Hegel avrebbe parlato di <<dure repliche della storia>>, pensava il colto Salomov quando gli venivano alla mente tali “questioni nazionali”.

Dopo qualche decina di secondi in cui lasciò al nuovo arrivato il tempo di guardarsi intorno nella grande stanza, il padrone di casa gli chiese a bruciapelo:

<<Cosa sa dell’Ucraina, compagno Salomov?>>

<<Intende dal profilo geografico, culturale …>>

<<QUI >>

e sottolineò l’avverbio con una voce duramente metallica

<<non abbiamo tempo da perdere. Voglio sapere se sa qualcosa su quanto sta accadendo>>

<<Si riferisce alla campagna contro i kulaki? Quanto ne scrivono le varie Pravda o Izvestjia, Komsomol ‘skaia Pravda o Literaturnaja Gazeta. Nulla di più, compagno colonnello>>

<<Bene. Ma lei che idea se ne è fatta?>>

<<Domanda trappola>>

<<E perché, si può sapere?>>

<<Semplicissimo.1. Se ne pensassi “qualcosa” vorrebbe dire un “qualcosa” di diverso dalla linea ufficiale del partito e del compagno Stalin; 2. se fosse così non verrei certo a dirlo a lei, che non conosco affatto; 3. se così non fosse la domanda sarebbe ancora più subdola sconfinando in quello che in logica si chiamerebbe un’affermazione priva di significato apparente>>

Quindi, terminata la disanima della questione posta dal colonnello, il maggiore si accese una sigaretta. Non prima di aver chiesto permesso con un cenno degli occhi.

<<Mi avevano detto che lei è freddo, perspicace, razionale. Vedo che è anche un po’ temerario, non crede?>>

<<E perché? Diciamo anzi che sto giocando a carte scoperte con chi incontro per la prima volta. Per di più un ufficiale superiore prossimo a passare al primo gradino del rango dei generali>>

<<E lei cosa ne sa di questa faccenda?>>.

Adesso Dzjukov si mostrava chiaramente infastidito.

<<Ho sentito qualche voce in giro. O pensa davvero che io sia così sprovveduto da venire qui da lei senza nemmeno chiedere a un paio di amici cosa si dice di lei?>>

Il colonnello lo fissò con sguardo che da ghiaccio eterno si mutò in pochi istanti in un inizio di cordiale ammirazione.

<<Sa che mi sta cominciando a piacere quel suo misto di arroganza, temerarietà e intelligenza sparsa a piene mani? E mi sta facendo velocemente convincere che ho fatto bene a convocarla per la missione che ho in mente di affidare proprio a lei>>

Salomov continuava a fumare a lunghe boccate, guardandosi intorno e alternativamente fissando dritto negli occhi il superiore.

<<Mi ascolti bene per qualche minuto e senza fare domande>>

<<E senza prendere appunti>>, aggiunse Salomov.

<<Esattamente … dunque, dai primi del ‘932 risulterebbe esserci una … diciamo moria di gente in diversi distretti ucraini. Tra il 51 e il 60% all’estremo sud del distretto della capitale e a sud est di Charkiv. Si parla in diversi rapporti di molti cadaveri di contadini – dai più poveri ai più ricchi – la cui concentrazione massima statistica è del 20% in zona Kiev, del 18.8 a Charkiv, del 12.8 a Vinnycja, fino ad appena il 5.4 a Donec’k. Ora … se teniamo conto che il grosso delle “perdite”, diciamo così … si concentra assolutamente nelle zone di così detta “terra nera” anziché nelle foreste e nelle steppe, che colpiti risultano essere pressochè esclusivamente i contadini, che in centinaia di comuni e in tutti i distretti interessati non riusciamo praticamente a cavare nulla dalle fattorie in cui inviamo ispettori, come se nessuno producesse più un accidenti, la terra morta, il bestiame sparito … i compagni del Politburo, del Soviet Supremo … diciamo coloro che ne sono informati, non possono che essere preoccupati. Molto preoccupati. Le leggo due lettere inviate al compagno Stalin, capisce? a lui in persona …>>

<<Dunque è cosa assai grave>>.

L’unico commento finora uscito dalla bocca del maggiore incontrò la visibile approvazione del colonnello che assentì con la testa mentre si accendeva anche lui una sigaretta.

Con disappunto notò che l’interlocutore non si era mosso per accendergliela. Dzjukov non riusciva ancora a capire con chi avesse davvero a che fare: un impudente, un superdotato a livello intellettivo che giudicava il prossimo come esemplare di cerebroleso, un abilissimo giocoliere attento a graduare ogni minimo intervento? Del resto, nell’OGPU una simile attitudine poteva salvare la vita per anni e anni.

<<Ecco stralci della prima epistola al compagno Dzugasvili:

Onorevole compagno Stalin, c’è una legge del governo sovietico che dice che gli abitanti delle campagne devono soffrire la fame? Perché noi, lavoratori di una fattoria collettiva, non abbiamo una fetta di pane nella nostra azienda dal 1° gennaio … Come possiamo costruire un’economia popolare socialista quando siamo condannati a morire di fame, visto che al raccolto mancano ancora quattro mesi? Per cosa siamo morti sui campi di battaglia? Per soffrire la fame, per vedere i nostri figli morire tra i morsi della fame?

Ed eccone un’altra:

Ogni giorno nei villaggi muoiono per la carestia da dieci a venti famiglie, i bambini scappano di casa e le stazioni ferroviarie traboccano di contadini in fuga. In campagna non ci sono più cavalli né bestiame … La borghesia ha prodotto qui una vera e propria carestia, parte del piano capitalista per mettere l’intera classe contadina contro il governo sovietico. 1

Comincia a rendersi conto di cosa c’è in gioco?>>

<<Lo stesso “compagno Dzugasvili”, come lo chiama lei>>, sibilò con uno strano sorrisetto il giovane.

<<Cosa vuol dire come lo chiama lei?>>

<<Tranquillo, compagno colonnello. Semplicemente converrà con me che praticamente nessuno lo chiama se non “compagno Stalin”. Tutto qui>>.

Il sorrisetto rimase, mentre una sottile rabbia cresceva in Dzjukov, sempre più insicuro per l’enigma rappresentato da quel maggiore trentatrenne.

<Comunque, al di là delle sue uscite gratuite, sembra aver centrato la questione. Visto che di lettere così … delle quali ovviamente LEI NON HA MAI, CAPITO? MAI, SENTITO PARLARE … ne piovono ormai a centinaia ogni settimana al Cremlino. Va bene?>>

<<No, direi invece che va male>>.

Ma a che gioco stava giocando quell’irrispettoso mocciosetto? Il colonnello si trattenne a stento dal propinargli un duro pistolotto da superiore a inferiore. Senza peraltro rinunciare a fulminarlo con uno sguardo gelido il cui effetto sembrò per un attimo abbassare la temperatura già minima dell’enorme ufficio.

<<Ci sono voci provenienti da molte zone dell’immensa campagna ucraina secondo le quali il Cremlino, il Comitato Centrale, Stalin per primo, avrebbero provocato quella che ormai si chiama apertamente “carestia”. Capisce? Si accusa i massimi dirigenti del proletariato sovietico e del mondo intero di aver organizzato apposta una politica contadina e di economia agraria che sta provocando … mi scusi, starebbe provocando morti su morti>>

<<Ma quali cifre girano?>>

<<Beh …>>, la domanda prese Dzjukov stranamente alla sprovvista. Un uomo della sua funzione avrebbe dovuto aspettarsi un riferimento diretto a cifre da parte di un abile carrierista come il maggiore che aveva lì davanti. Capace di non scomporsi minimamente, sempre con il sorrisetto stampato sulla faccia, che doveva piacere a chissà quante donne, a centellinare ogni intervento, rilassato e a suo perfetto agio.

<<Diciamo che non è certo con lei che posso discutere di queste cose. E nemmeno io dovrei parlarne. Capirà bene che siamo nel pieno ambito di un segreto di Stato>>

<<Termine assai borghese, ne converrà>>

<<Adesso basta prendermi per il culo, ragazzo>>, sbottò il cinquantenne esasperato dalla strategia psicologica dell’ospite, non chiara ma assai efficacia nell’aver fatto alla fine perdere le staffe al suo nuovo capo.

Dzjukov si dovette render conto di aver sbagliato e in sostanza di averla data vinta all’abile giovane che aveva davanti, sprofondato nella poltrona.

Il capo ufficio inghiottì mezzo bicchierino di vodka, si accese l’ennesima sigaretta, trasse un sospirone di stanchezza e chissà che altro e si risedette sulla sua poltrona.

<<Va bene, caro Salomov. Visto che voglio incaricarla di una missione assai importante gioco a carte scoperte nella misura permessa più dalla delicatezza ASSOLUTA della faccenda che dalla mia posizione non certo all’apice dell’OGPU>>

<<Meglio che non lo sia, dopotutto>>

<<E perché mai? Si spieghi un po’>>

<<Oggi lei è qui, vivo e vegeto, domani magari, dopodomani chissà. Invece, nei gangli medio alti si respira aria più pulita>>

<<Devo convenire che ha ragione … si, si>>

Dzjukov adesso guardava Salomov con una certa simpatia; quasi un ipotetico futuro alleato, bastone della non ancora giunta vecchiaia e magari mezzo di ausilio per potervi giungere sano e salvo. Quel giovane fascinoso a tratti lo faceva ammattire, sfuggendogli peggio di un’anguilla laureata in psicologia a pieni voti.

<<Il problema, quindi, lo ha capito bene lei stesso, è l’attacco al socialismo, al suo condottiero Stalin, ai principi emersi dalla rivoluzione di novembre 1917. Perché, caro il mio maggiore Salomov, che il tutto stia avvenendo in Ucraina non è affatto un caso. Tutt’altro! Laggiù si sente sempre più spesso parlare di un termine che a me personalmente fa accapponare la pelle: la parola è Holodomor … lei parla un po’ di ucraino?>>

<<No, compagno colonnello. Inglese e tedesco ma non ucraino>>

<<Me lo hanno tradotto, per carità, non voglio passare per quello che sa quando non so. È l’unione di altri due termini, “fame”, holod e “sterminio”, mor. Quindi il tutto risulta qualcosa come “morte di massa per fame”. Cioè qui ci attaccano, non le pare?>>

<<Se mi consente …>>, esordì il giovane cercando il consenso dell’uomo di mezza età che glielo diede con sguardo deciso, <<il punto è fra i più gravi, mi sembra: si rischia di diffondere notizie false e tendenziose, come si suol dire nei reati a mezzo stampa, distribuire idiozie sotto forma di un presunto piano di uccisione di centinaia di migliaia di contadini ucraini a opera del Cremlino. Ovviamente spargere fesserie in giro spacciandole per tragica verità è gioco quasi da ragazzi se si vuol farne la base di un progetto politico. Che ci sia un vero e proprio piano di distruzione del percorso socialista da fine ‘917 a oggi dietro questa campagna di assurdità sarebbe cosa assolutamente ovvia. Quindi c’è molto ma molto da fare. Anche per il rischio che tali notizie criminalmente false, dunque criminali, si diffondano prima o poi all’estero, dove i nostri nemici, converrà con me, non sono certo pochi>>

Salomov aveva discettato con calma, ragionando, staccando bene le parole, argomentando con una semplicità esemplare.

Tanto che Dzjukov se ne uscì con quello che nel 1933 poteva suonare come il miglior apprezzamento nella Russia da un decennio pienamente, fatalmente, assolutisticamente staliniana.

<<Sa cosa le dico, compagno maggiore? La sua analisi piacerebbe molto al compagno Jozif Stalin, mi creda. L’ho conosciuto discretamente quand’eravamo entrambi in Crimea nei primi anni Venti. Mi creda>>

<<Grazie, la ringrazio davvero per l’onore che mi fa>>.

Adesso Salomov mostrava per la prima volta simpatia evidente per quel colonnello, in fondo abbastanza franco, diretto e anche con tracce visibili di umane debolezze. La temperatura della grande stanza occupata da Dzjukov sembrò all’improvviso aumentare considerevolmente.

<<Allora, siamo pratici. Lei da questa mattina viene ufficialmente da me incaricato di:

  • recarsi in Ucraina domani stesso in treno (per biglietti e tutto il resto fra un attimo la presento alla mia segretaria);
  • indagare con circospezione, senza troppa pubblicità, con discrezione … mi consenta di ripeterlo fino all’esasperazione linguistica perché è cosa troppo importante … della sparizione del tenente Bogdan Kozlov, da due mesi di stanza nel paese di Krivalnik. Si dice che sia stato assassinato da contadini esasperati da sue presunte vessazioni ecc, ecc…;
  • capirà che è un probabile delitto che non possiamo assolutamente lasciare impunito neanche un giorno di troppo;
  • tenga conto che lo stesso Stalin di tale crimine non sa nulla e che dovrà saperlo come regalo a inchiesta conclusa felicemente, con i colpevoli presi e processati e condannati in MODO ESEMPLARE;
  • sul posto lei avrà il pieno appoggio dell’intera rete OGPU, sempre e comunque usando della massima discrezione di cui sopra;
  • accanto alla discrezione lei godrà di piena discrezionalità, sempre dopo avermi avvertito;
  • a tale scopo istituiremo un apposito servizio di comunicazione telegrafica e telefonica secretata per evitare qualsiasi sgradita, anche minima, fuoriuscita di informazioni riservate e che tali dovranno restare.

Tutto chiaro, compagno Salomov?

<<Assolutamente. Ma per il resto noi …>>

<<Scusi ma il resto, come lo chiama lei, non è di competenza non dico mia e dei miei superiori … no, bensì del massimo livello. Soviet Supremo più ancora che Politburo; e soprattutto strettissima cerchia attorno a Stalin: Kirov, Vorisilov, Malenkov, Molotov, Chruscev, Kalynin, Menzinskij>>

<<Quindi mi devo esclusivamente occupare del far giustizia del povero nostro collega, avendomi lei inquadrato piuttosto la situazione circostante, l’atmosfera politica, le calunnie al nostro indirizzo>>

<<Esattissimo, bravo Salomov. Adesso la saluto e lei passa dalla segretaria proprio qui fuori dal mio ufficio, l’avrà già vista, rubiconda e diciamo … eh, eh, eh, abbondantina. La saluto compagno, auguri e … non mi deluda. Anzitutto non deluda il compagno Stalin. Senza alcuna retorica, mi creda: oggi e nelle prossime settimane il futuro del socialismo dipenderà anche da lei>>

Si strinsero forte la mano con un’aggiuntiva pacca del colonnello sulla spalla del maggiore, indolenzito dalle oltre due ore seduto nella fin troppo ospitale poltrona.

Nell’atrio ritrovò la segretaria che gli apparve come un pacato tricheco senza più quell’espressione arcigna d’inizio mattinata. Spiegò al giovanotto in divisa da maggiore tutti i dettagli pratici, contabili, amministrativi, i contatti e quant’altro potesse servirgli durante le x settimane della missione ucraina. La durata restava, infatti, avvolta nella sfera della vaghezza più assoluta.

Scendendo le scalinate solenni dell’ingresso principale della famigerata Lubjanka Salomov si rese subito conto di quante domande gli girassero in testa. Quasi uno sciame di avvoltoi che cercavano di procurargli capogiri da farlo stramazzare a terra. Ma lui era più forte fisicamente. Anche se mentalmente continuava a chiedersi questo e quello. Alla stessa maniera del colonnello anche lui fissò alcune questioni che gli sembravano decisamente galleggiare ambigue e minacciose nell’aria di quella strana giornata moscovita:

  • davvero lo avrebbero sostenuto i colleghi OGPU in loco?
  • come riuscire a capire chi far parlare della sparizione del collega?
  • utilizzare i metodi di tortura che Salomov aborriva da sempre?
  • e chi era mai la tenente 25enne Ljudmila Gromov che lo avrebbe accompagnato?
  • perché Dzjukov aveva taciuto su di lei lasciando alla segretaria-tricheca il compito di accennargliene?
  • cosa avrebbe mai trovato in quella regione sperduta dell’Ucraina, da sempre ostile e anche peggio verso il bolscevismo?
  • il governo di Mosca non si fidava affatto degli organi di polizia ucraini; ma poi lasciava che collaborassero con i vari comandi OGPU
  • e se avesse fallito quale fine gli avrebbero riservato?

L’ultima risultava la domanda cruciale; e non poteva essere diversamente, anche se Salomov non temeva in modo particolare di fare la fine di tanti sovietici eliminati proprio dalla tremenda polizia segreta in cui si era arruolato da ormai quindici anni. Non ricordava più nemmeno il perché di tale scelta. Se ci pensava gli veniva in mente un pupazzo in divisa con scritte a colori accesi: TEMERARIO ANNOIATO CARRIERISTA OPPORTUNISTA ILLUSO DISILLUSO CINICO. Non gli riusciva di mettere in collegamento quelle parole; come cercasse inutilmente di comporre una collana con pietre troppo diverse e le lasciasse cadere sul pavimento per poi contemplarle, perplesso e stanco.

Se fosse riuscito a dipanare la matassa si ripromise, al rientro a Mosca, di recarsi alla Sezione del personale per farsi una prima idea dei piani di congedo e di passaggio ad altri incarichi, magari di partito. Senza neanche pensare che in fondo a lui della politica non era interessato mai nulla.

Per smaltire il peso di tutti quei dubbi il maggiore Michail Salomov, dall’indomani in missione nell’infinita campagna ucraina, percorse la bellezza di quindici chilometri a piedi fino all’appartamento dov’era temporaneamente alloggiato.

Temporaneo come il viaggio imminente, la sua carriera, la sfilza disordinata d’incarichi, qualche amorazzo che gli capitava a tiro. Dopotutto trovava una segreta coerenza in quella costante assenza di stabilità, abitudini, certezze. La vita stessa era anzitutto temporanea. E su questo nemmeno l’onnipotente compagno Stalin poteva farci un accidente.


1 Anne Applebaum, La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina, Mondadori, Milano, 2019, pp. 11-12

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